“Quanto alle mutilazioni genitali documentate in atti, il Collegio rileva che queste vadano considerate, tenuto anche conto della scarsa scolarizzazione che in parte può impedire la piena consapevolezza e conoscenza dei propri diritti, soprattutto in relazione a pratiche tradizionali subite in giovane età e dunque non percepite dalla donna come violazioni, seppur si debbano oggettivamente ritenere tali. Come precisa l’UNHCR, le pratiche dannose che violano la legge e gli standard internazionali sui diritti umani, non possono essere giustificate sulla base di motivi storici, tradizionali, religiosi o culturali.
Come la tortura, le MGF comportano l’inflizione deliberata di grave dolore e sofferenza. Inoltre, le donne che sopravvivono alle MGF ne subiscono le conseguenze a lungo termine, tra cui dolore cronico, infezioni pelviche croniche, infezioni del sistema riproduttivo, traumi ripetuti al parto e complicazioni ostetriche, così come diversi disturbi emotivi e psicologici, in particolare il disturbo post traumatico da stress. Le MGF sono dunque una forma di violenza di genere, e una donna o una ragazza che ha già subito la pratica prima di chiedere asilo, può ancora avere un fondato timore di future persecuzioni a causa della natura permanente e irreversibile delle MGF. Infine, una ragazza o una donna sottoposta a MGF in gioventù può in seguito subire una ri-escissione o re-infibulazione, se la prima procedura è considerata non completa, al momento del suo matrimonio, o della nascita di un bambino”.
Progetto finanziato dal Citizens, Equality,